L'atmosfera del Bar "Majore" la si respira ancora tutta, entrando e "assaporando" - nel gioco di colori del soffitto originale fine '800, con dei putti che vegliano sulle sale - giochi di luci e passioni che da tempo resistono agli affanni di questa Atene Sarda che è Nuoro, la quale fatica a conservare e a trattenere con se questi piccoli gioielli.

Questo locale, una pietra miliare della città , lo si trova in alcune citazioni di Salvatore Satta, incredibile descrittore di luoghi "passati", di gente e di modi di vita che ancora esistono. Nel giorno del giudizio c'è il Bar Majiore, allora "caffè Tettamanzi", luogo di incontro della cultura Nuorese di quel periodo. Si scriveva la storia della letteratura del Premio Nobel Grazia Deledda, quando lei era solita a frequentare i locali specchiati e smaltati della Via Majore, di Sebastiano Satta, unico cantore e poeta della Nuoro "antica", che al Bar Majore prestava presenza, lo si vede in qualche vecchia stampa dell'epoca col suo cappello bianco e la barba a punta, sotto lo specchio della scritta Caffè "Laconi".
Il locale è stato il Caffè della Posta, allora le poste lo usavano come punto di riferimento per il loro servizio di corrispondenza, e dare il nome ai luoghi a seconda della "moda" o dell'uso è ancora abituale a Nuoro.
E' stato quindi Caffè Laconi, ha ospitato il Re Vittorio Emanuele, ma non è mai stato Caffè Garibaldi, quando tutte le vie "Majore divennero Corso Garibaldi, lui ha tenuto l'ultimo dei nomi che ricordano anche questo modo della Via centrale di chiamarsi Via Maggiore, che nei paesi diramava vicoli e strade di pietra
verso borghi e quartieri mai espansi e allontanati idealmente e fisicamente dal centro.

Il locale, per iniziativa dell'Associazione "Cosimo Poetto", continua ad essere luogo di incontro, di scambio culturale continuo di diversi ceti di creative figure
professionali.
Si ospitano perciò mostre di lavori curate su percorsi ben precisi, relazionate dietro le quinte per far vedere all'osservatore e al visitatore, la nascita, nelle fucine, delle forme d'arte più affascinanti.
Quanto mai oggi Nuoro può vivere un pezzo della sua storia nell'unico luogo, conservato, originale di quel periodo, l'unico a non avere subito manipolazioni di più o meno mani esperte che nel restaurare in "stile" improprio luoghi e locali autentici, hanno fatto si che rimanessero su vecchie fotografie o in qualche racconto.
Perciò assaporiamo questo momento all'interno della saletta Tettamanzi tornando per poco indietro nel tempo, facendo rivivere in questa splendida saletta rossa la presenza di valori ritrovati.


SALETTA TETTAMANZI, BAR MAJORE - Corso Garibaldi, 08100 Nuoro
ISTITUTO MODA & IMMAGINE
VESTIRE? NO, SVESTIRE!
A cura di Cosimo Poetto
22 aprile / 8 giugno - dal lunedì al sabato ore 7.00 / 24.00.


Da lunedì 22 aprile, presso la Saletta Tettamanzi e l'attigua sala da te del Bar Majore, in Corso Garibaldi a Nuoro, è possibile visitare la mostra dal titolo Vestire? No, svestire! che presenta gli esiti didattici dell'Istituto di fashion design, Moda & Immagine, dal 1995 operante a Nuoro sotto la guida di Giuseppe Pinu. L'esposizione raccoglie una selezione di lavori dell'ultimo quinquennio, che, assieme ad un repertorio fotografico, testimoniano dei diversi aspetti affrontati dagli allievi durante il periodo di apprendimento; formazione che l'istituto porta sino alla realizzazione dell'abito, obiettivo concreto posto a conclusione dell'apprendistato, banco di prova per il futuro professionista. Abiti riassuntivi che trovano visibilità e confronto attraverso un final work trasformato nella fatidica sfilata, momento di consacrazione per quanti si orientano verso l'attività in proprio o, diversamente e con toni privi di glamour, a padroneggiare alcuni aspetti delle complesse dinamiche, ritenute oggi "indispensabili", che afferiscono all'ambito dell'immagine o del management di settore.
La presenza a Nuoro di un Istituto come Moda & Immagine è un segnale indicatore per diverse e interessanti angolazioni d'analisi. La prima e più importante - considerato il carattere di stretta "necessità economica nel quale si è sviluppata la società sarda del XX secolo, lontana da possibilità di spreco dovuto al "superfluo", concetto che tragicamente reca in se l'intero ambito della cultura e dell'arte - vede oggi un progressivo quanto inesorabile allontanamento dalle sfere della
sopravvivenza a favore di una soglia qualitativamente alta del vivere, spostata non più su esigenze primarie da soddisfare bensì sul gioco, sulla scelta, sulla variabile intellettualistica. Fatto che dichiara in modo palese l'avvenuto stato di ricchezza dell'isola (molti studenti che frequentano Moda & Immagine provengono da centri periferici) o, meglio, il raggiungimento da parte dei suoi abitanti degli standard economici parificati a quelli di altre realtà e soprattutto attestano la condivisione di esigenze massificate.
L'Istituto, nato dalla volontà di giovani designer della moda, intende trasmettere per quanto possibile "il mestiere dello stilista", perseguito mediante una rigorosa formazione sartoriale che, consapevole della particolare tipologia sociale dell'intorno, punta decisamente a un innesto nella tradizione artigiana, successivamente sottoposta alla rielaborazione moderna orientata alla realizzazione di capi "seriali" destinati alla larga diffusione o creati "su misura" per le esigenze dell'alta moda.
Punto di forza dell'Istituto - che al singolo allievo affida la delicata parte di approvvigionamento e completamento culturale attestato su largo raggio: com'è noto, infatti, per diventare "bravi" stilisti o similmente architetti, artisti, medici oppure muratori, il problema da sciogliere non è solo quello di soddisfare il compitino ciecamente concentrati su una limitata sapienza di settore - è quindi quello di salvaguardare e tramontare una solida base sartoriale (così come si evince in mostra dal progetto di cartamodello per il taglio di un capo - spalla maschile, "giacca" per i non addetti), nel rispetto anche della storia della Moda Italiana, inizialmente concorrenziale rispetto a quella Francese proprio in virtù di questo aspetto realizzativo.
La tradizione sartoriale alla quale Moda & Immagine fa riferimento è certamente quella borghese ottocentesca, specchio di un sentire internazionale che, a partire dall'unità d'Italia, ha pervaso anche la Sardegna, radicandosi e confondendosi con l'esistente e, in molti casi, rimpiazzandolo. Questa sottolineatura è doverosa in quanto, nel parlare di abito tradizionale - quello tipico ha smesso di costituire un fatto quotidiano per divenire sempre più "costume", non a caso indossato a carnevale o nelle occasioni trasformiste delle "coreografie" di folklore- ci si confonde e si tira in ballo una sapienza artigiana locale che affonderebbe le sue radici in chissà quali secoli passati o inenarrabili pregi qualitativi di tessuti, tagli, rifiniture e ricami. La realtà purtroppo contraddice la nostrana "bontà dei sapori antichi". E' sufficiente osservare un manufatto
popolare vecchio almeno di cent'anni per comprendere tutta la povertà e la desolazione che comunica con la sua contenzione: parti interne mai rifinite, una formazione composta di ritagli di recupero che solo l'istinto amorevole femminile avrebbe potuto mettere insieme in un equilibrio che risultasse anche "bello" e dove il tanto vantato ricamo, a volte sostituito dalla pittura manuale imposta dalla povertà dei mezzi, è deprezzato a favore di tessuti industriali d'importazione, ambìto segnale di agiatezza rispetto alla declassata manualità locale, un tempo ottenibile a nessun prezzo e presente in quantità sovrabbondante.
Di abiti siffatti, di questa tradizione, può essere considerato pregevole, nel senso di eredità da assumere, soltanto il taglio e con esso il gusto compositivo, aspetti comunque non considerabili di esclusiva pertinenza sarda: risultante complessa, somma di processi diffusi di contaminazione.
Il taglio dell'abito, quale intervento che mantiene una sua costruzione costante, rispondente a una metrica precisa, è fondamentale per la conoscenza di saperi in esso contenuta e veicolata; aspetto formale ascrivibile alla sola sfera culturale, differente, al contrario della fattura, da indicatori occasionali dettati dalle contingenze sociali.
E' la cultura dunque che fa l'abito (ecco perché questo di per se stesso non potrà mai fare il "monaco", per il solo gesto dell'essere indossato) che lo trasforma in linguaggio vivo, che lo spinge sul piano della comunicazione, che lo arricchisce di motivazioni indirette, "frasi" che arrivano agli altri individui in maniera subliminale, inconscia, toccando la sfera della fascinazione, dell'offerta, dello scambio. Ed è l'Alta Moda, l'avanguardia del settore, a regolare per eccellenza i termini del gioco, a stabilire la distanza fra realtà e proiezione onirica che sempre l'abito propone, in un sogno rilanciato ogni stagione, sempre più lontano, secondo una caratteristica intrinseca alla
Moda, motivo stesso del suo esistere.
I figurini si allungano e slanciano nel rendering progettuale, immaginario, teso a evidenziare le parti corporee così come in sfilata le modelle, nell'esaltazione dell'abito e del suo implicito rimando al contenuto fisico umano, indossano scarpe dal tacco vertiginoso, volutamente improponibili altrove, che le allontana da terra , rendendole immateriali, ideali, inarrivabili.
L'Alta Moda è l'espressione creativa di immagini da portare addosso, atmosfere e abiti impossibili, mondi lontanissimi da raggiungere, anelito, sogno esotico di isole favolose: è il compito, lo stimolo, la sfida dell'Alta Moda, pazza, visionaria per professione, inutile come l'arte e la cultura. Attenzione però: si provi pure ad andare in giro senza cultura, ma non lo si faccia mai senza abito! Sarebbe uno scandalo, una vergogna. Ecco perché l'Alta Moda, o semplicemente Moda, vera saggezza e futilità del mondo, è orgogliosa oggi di spogliare le sue indossatrici.

RITORNA INDIETRO